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Amor ti tocco, il Dolce Stil Nuovo di Nino Barone

di Federico Guastella

Edizioni Drepanum, 2017 – Nino Barone è il poeta-cantastorie che ama farsi personaggio pubblico per rivelare senza pudori il suo intimo diario: con sincerità canta fatiche e gioie, irrequietezze e luminosità del suo vagabondare terreno.

Trapani è città siciliana di corallari e di maestranze, di prestigiosi gioielli e di botteghe, di mare e di pesca! Patrick Brydon, nel suo “Viaggio in Sicilia” del 1770, scrisse:

Per rendersene conto, basterebbe visitare il Museo Pepoli, la cui esposizione coinvolge in modo così intenso che l’occhio non si stanca di catturare la bellezza di cammei e paliotti, di crocifissi e di acquasantiere, volendo citare soltanto alcuni dei pezzi più pregiati. La città è anche nota per i gruppi scultorei dei Misteri realizzati tra il XVII e il XVIII secolo. Non solo. Bianche saline impreziosiscono il suo territorio litoraneo e coprono una superficie di 1400 ettari circa. Antiche, antichissime, e forse fondate già dai Fenici, date le condizioni favorevoli del luogo: dall’alta concentrazione di sale nell’acqua marina al clima ventilato e asciutto. Questo il paesaggio di cui si nutre la poesia dello studioso Nino Barone. A dirla con Rilke, che parla di ricordi, diventando “sangue in noi”, sguardo e gesto, solo allora può accadere che da spazi e da contesti “sgorghi la prima parola di un verso”.

Profondo conoscitore della tradizione stilnovista siciliana che come sonorità ed eleganza si riversa nei suoi componimenti, adesso egli ha avvertito il bisogno di comunicare in lingua, consegnandoci ben 46 sonetti compresi nella raccolta “Amor ti tocco” (Edizioni Depranum, Trapani, 2017). Bella l’immagine di copertina che preannuncia una delle connotazioni amorose su cui Nino Barone si sofferma: è l’enunciato che precede questo titolo coinvolgente che agisce in ambito sensoriale e simbolico, evocativo ed erotico. L’intento è chiaro: il legame di significante e di significato ha senso nell’atto comunicativo, nel dialogo che si instaura con il lettore perché, accostandosi alla poesia, possa gustarne ritmi e sentimenti. Nino Barone è il poeta-cantastorie che ama farsi personaggio pubblico per rivelare senza pudori o false reticenze il suo intimo diario. A guisa di Ermete, messaggero degli dèi e intermediario fra cielo e terra, anela alla riappropriazione dell’umanità nell’uomo e con sincerità canta fatiche e gioie, irrequietezze e luminosità del suo vagabondare terreno. Prova egli “diletto” nel poetare; grazie alla misteriosa energia d’amore che l’attraversa in ogni sua cellula, può accendere il fuoco sacro del desiderio. Proprio nel sonetto che intitola la silloge, essa irrompe nell’animo, producendo un “brivido” iniziale da cui ha origine una sorta di godimento estetico dalla forte risonanza emotiva. L’amore, mirabile archetipo dell’inconscio collettivo a dirla con Jung, o idea platonica del vero, del bello e del buono, si concretizza e si sviluppa nell’ambiente; si manifesta in primo luogo, discretamente, in quello domestico dove primeggia il rapporto del genitore con i figli. Specificamente lo si vorrebbe ritrovare nell’onestà della convivenza civile.

Nino Barone è il poeta della spontaneità degli affetti. Leggendolo, lo sguardo sembra immergersi in un mondo ricco di sofferti slanci che provocano effetti catartici. Di purificazione e di liberazione da tante scorie esistenziali. La sua è realtà fatta di risposte schiette, pacate e delicate, a domande inquietanti. Egli si mostra abile nel comporre il luogo della sua origine forse per nascervi ancora; quasi giocando, organizza la mappa del suo territorio:

“O Trapani fu lì che il mio cantare cantò l’essenza del tuo paradiso, / con sé portò quella bellezza immane!”.

La poesia di chiusura E quell’amor che fu per me l’immenso, in un tempo in cui la fine dimensione erotica precipita nelll’osceno, restituisce spazio all’amore cortese, dispensatore del senso d’infinito: travolge, inquieta e spinge a cercare le sillabe sacre della conoscenza: misura esatta di interiorità e passione civile.