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Lingua Siciliana: Ricchezza lessicale e Rosrgenze

“Sebbene la Lingua Siciliana non sia mai stata una lingua
del potere, ha sempre avuto un proprio ambito
nel quale godeva del prestigio conferitogli dall’uso corrente.
Essa si è adattata per sopravvivere,
a tutte le dominazioni”

(Mario De Mauro)


Lingua Siciliana: Ricchezza lessicale e Rosrgenze

Lingua Siciliana Ricchezza lessicale e Rosrgenze - TVBienne

Di Nino Barone

Il mio intervento si baserà essenzialmente sulla ricchezza lessicale dell’idioma siculo partendo, in primo luogo, dai vari pronomi personali presenti sul territorio: jò, jè, iu, iù, eu, eo, ia, jeu…. Ognuno di questi pronomi ha una storia alle spalle, ha una derivazione specifica.

In Sicilia sono almeno cinque i modi di dire “andiamo”: jimu che deriva dal latino IMUS, jemu (o emu) contaminato dall’influenza gallo-italica, jamu (o amu) che è di tradizione linguistica napoletana, annamu, nel messinese, che è di chiara influenza italiana e più specificatamente laziale. Ma il termine ha pure una certa rassomiglianza con il provenzale e il castigliano anar. Poi vi e amunì che si potrebbe collocare nel catalano amunt che si pronuncia amunì o, addirittura, nel greco amuno che significa “tenersi lontano”, “spostarsi da un luogo”. Di conseguenza abbiamo pure niscimu, niscemu, nisciamu (usciamo).

Il siciliano, in poche parole, è una lingua cosmopolita e chi lo parla utilizza inconsapevolmente greco, latino, arabo, francese, spagnolo, catalano, tedesco, italiano e questo fa di esso un sistema di comunicazione tra i più complessi in assoluto. Il siciliano scherza in greco: ≪babbiari≫ dal gr. babazo che significa “scherzare”, si sporca in latino ≪ngrasciarisi≫ dal lat. crassus che vuol dire “sporco”, litiga in arabo ≪sciarriarisi≫ dall’ar. sciarr ossia “fare guerra”, lavora in francese ≪travagghiari≫ dal fr. Travailler che sta per “lavorare”, risparmia in tedesco ≪sparagnari≫ dal ted. sparen = risparmiare, uccide in spagnolo con la ≪scupetta≫ dallo sp. escopeta = fucile, ecc.

Il siciliano è una lingua ricchissima a livello lessicale ma ahimè è una lingua che pochi conoscono a fondo nella sua interezza, motivo per il quale ognuno si fossilizza nel proprio dialetto che è, comunque, parte di questa ricchezza inestimabile. È sono proprio queste differenze a determinare, soprattutto in ambienti non abituati al siciliano, il falso problema di una lingua standard che molti linguisti tuttavia hanno intravisto nella letteratura siciliana e ancora oggi, tra gli autori che utilizzano come espressione letteraria il siculo idioma, una certa uniformità esiste.
La conoscenza storico-linguistica del territorio dà un quadro sostanzialmente più completo che porta ad apprezzare tutte le forme presenti. Tutti i dialetti (ammesso che il siciliano lo sia) non sono codici secondari, imperfetti, ma come tutte le lingue del mondo sono costituiti da suoni, parole, frasi e significati. La differenza tra lingua e dialetto non è linguistica ma un fatto socioculturale.

Una lingua che, nonostante tutto e tutti, ancora oggi, dopo secoli d’esistenza, viene parlata da giovani e meno giovani, da colti e incolti, contaminata senz’altro dall’italiano ma senza che abbia perso mai la sua identità. Mentre molti lungimiranti studiosi la davano per sconfitta, visto il processo di alfabetizzazione promosso dal nostro paese volto ad una italianizzazione ad ampio raggio, eccola ancora qui con tutto il suo splendore ed oggi più di ieri. Risorgenze dialettali da qualche anno fanno mostra della loro bellezza anche negli slogan, nella pubblicità, sui muri, all’interno di locali.
Mi viene in mente l’etichetta di una nota e celebre bibita in cui si evidenzia la dicitura “Talìa stu prezzu” e parliamo di una multinazionale. Quante attività lavorative sono oggi denominate con forme dialettali. A Siracusa un panettiere ha denominato la sua attività “Giuggiulena”; a Trapani vi è una gelateria dal nome “Ciuri ciuri” e un’altra denominata ‘A Chiazza, una rosticceria in pieno centro che si chiama “Duci duci” e un negozio di prodotti tipici prende il nome di “Sicilia bedda”, un altro ancora “Putìa”. A Buseto Palizzolo (TP) un B&B è stato chiamato “Ciuri di Baida”. Anche l’interno di molti locali è corredato da detti, proverbi, indovinelli e poesie siciliane per tutti i gusti. Chi vuole accertarsene di persona butti un salto presso L’antica pizzeria Pipitone o al ristorante Beccofino in Trapani, non rimarrà certamente deluso né per lingua né per palato.

Ritengo infine, al di là dell’eterna domanda lingua-dialetto, che l’individuo siculo, soprattutto il più colto, radicato nella propria terra sia socialmente che culturalmente, abbia grande considerazione della lingua siciliana ma anche la matura consapevolezza che conoscere bene l’italiano insegnato a scuola e le lingue straniere è una priorità dalla quale non può né deve sottrarsi.
Ma questo equilibrio non sempre regna nell’atteggiamento del siculo che in altri casi pretende dai figli un linguaggio che non sia assolutamente dialettale nonostante le varie esortazioni rivolte alla prole siano tutte quante in siciliano: Parra bonu, lu capisti?; Chi dicisti? Parra talianu! Allora viene da chiedersi immediatamente quale posto il siciliano deve avere nella società di oggi. Strumento di volgarità e rozzezza linguistica o portatore sano di storia, origini, identità?

La scuola, nel caso in cui potesse davvero insegnare, cosa che pare sempre più probabile, “Cultura e Patrimonio Linguistico Siciliano”, su quali basi dovrebbe impostare i programmi di tale materia e quale lingua insegnare? Quella dell’affettività (parlata) e riprodurla graficamente con tutte le conseguenze annesse o quella ufficiale (scritta) estrapolata essenzialmente dai testi poetici che rispondono, in linea di massima, a requisiti d’ortografia funzionale il cui linguaggio si inserirebbe nel mezzo tra l’elemento fonetico e quello etimologico?

A tal proposito, mi piace riportare uno stralcio di Innocenzio Fulci del 1855: Per cominciare adunque con ordine e accuratezza un tale esame io dico in primo luogo, che nell’ordinaria loquela debbonsi escludere i due estremi cioè i dotti e gl’idioti. I primi, come sopra ho accennato, italianizzano dando alle voci italiane desinenze siciliane per sfuggire l’affettazione ed essere più intelligibili. I secondi, sebben parte di popolo, non han voto nel comune suffragio, a cui han dritto, perché discreditati non pure dagli eruditi, ma dalla stessa massa del popolo che fa la maggioranza: in guisa che ciò che dicesi uso stà in questa massa espurgata da questi due estremi. Questo scritto di Innocenzio Fulci ha confermato e consolidato sempre di più la mia idea di lingua che non deve rifarsi soltanto a canoni etimologici o fonetici ma deve essenzialmente congiungere in modo equilibrato i due rami considerando modelli del passato e del presente.

La scuola, dunque, non deve parlare in dialetto (sfatiamo immediatamente il fraintendimento che si è creato attorno alla nuova legge per l’insegnamento della “Cultura e del Patrimonio Linguistico Siciliano”) ma di dialetto che è ben diverso. Lo scopo non deve essere quello di formare ma informare, arricchendo la conoscenza storico-linguistica della propria civiltà attraverso la letteratura, le tradizioni, i personaggi e soprattutto la pronuncia che, quando non rientra in certi canoni, può determinare interlingue e di conseguenza interscritture che nulla hanno a che vedere con la vera lingua.

A parte le risorgenze di cui accennato prima, scuole e comuni aderiscono a varie manifestazioni legate alla poesia in lingua siciliana; anche a livello nazionale si nota oggi un’apertura verso i dialetti (vedi festival di Sanremo). Carmen Consoli, cantante siciliana di fama internazionale ha portato su e giù per lo stivale i successi dell’indimenticabile Rosa Balistreri. Qualche anno fa Andrea Bocelli ha cantato il più celebre brano siciliano “E vui durmiti ancora”, conosciuto anche come “‘A matinata”, del catanese Giovanni Formisano e musicato da Gaetano Emanuel Calì. Il trapanese Jaka con i suoi brani interamente in siciliano “Patata vastasa”, “A Erici”, “C’è nu jardinu” sta riscuotendo successi ovunque, richiestissimo nelle più importanti piazze siciliane e i suoi video impazzano su Youtube.

Capiamo insieme chi siamo e da dove veniamo attraverso la lingua dei nostri padri, dove si racchiudono usi, costumi e tradizioni del nostro popolo, senza vergogna ma con la solita dignità con la quale abbiamo subito e lottato. Non minacciamo i nostri figli quando parlano in dialetto ma diciamo loro che si può, purché lo si parli bene, in modo adeguato. Recitiamo loro i proverbi, i detti, i modi di dire e gli indovinelli che conserviamo nella mente perché possano divenire strumento di riflessione, di educazione, di conoscenza. Facciamo in modo che il lento declino della cultura popolare sia ancora più lento, ascoltiamo i sussurri di ciò che ancora vive.
Invitiamoli a leggere i poeti della lingua siciliana, del passato e del presente, che tanto hanno da insegnare a giovani e meno giovani attraverso cascate di versi, perle di inestimabile saggezza. Diciamo loro dei giochi che facevamo da piccoli animando cortili, vicoli, androni e marciapiedi: a pedi zoppu, ammucciareddu, a vìdiri chi mi ni vegnu e dicu aschi, a paru e ziparu, cu lu strùmmalu solo per citarne alcuni più diffusi, oggi definitivamente scomparsi, affinché sappiano che si può vivere benissimo anche senza internet o la play station. Insegniamo loro, ammesso che noi stessi ne fossimo consapevoli, che il vero motore della vita è il rapporto umano e non quello virtuale e che l’utilizzo di tali strumenti non deve mai prevaricare a scapito della socializzazione. Insegniamo loro, infine, la sacralità del tempo!

Nel mondo della globalizzazione ciò che a volte manca è la Memoria senza la quale non riusciremmo a costruire nulla e oggi più che mai la Memoria può indirizzarci la via, la strada maestra.

Cu’ voli puisìa vegna ‘n Sicilia….