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L’universo dell’informazione: Corretto utilizzo dei mass media

di Salvatore Agueci

La trasmissione di idee, di notizie, di risultati conseguiti è la cosa più strabiliante che l’uomo abbia potuto scoprire nel diffondere riflessioni, novità ed altro, raggiunti con ampi sacrifici, personali e collettivi. La comunicazione è una delle più grandi incognite che l’essere umano sperimenta. Come mai ciò che è nell’intimo di ognuno si riesca a trasferire nel proprio simile: suoni, parole, emotività? Non ne comprendiamo a fondo la dinamica, eppure è un mondo che si apre all’immensità del nostro essere. Afferma Paulo Coelho, scrittore brasiliano: « Amare significa comunicare con l’altro e scoprire in lui una particella di Dio » . Dopo l’avvento della carta stampata sembrava che fosse stato fatto un passo avanti, in merito alla comunicazione. È con la scoperta del telefono e poi dell’elettronica e con internet che il mondo è diventato a portata di mano. Guai, però, a non utilizzare, con le dovute cautele, quei mezzi che sono a nostra disposizione: possono diventare una mina a orologeria, sia per noi che per chi è collegato. Per noi. Perché gli strumenti comunicativi possono diventare dei mezzi d’isolamento e, di contro, innescare un’invasione nella nostra intimità. Occhi indiscreti e non curanti della nostra personalità e dignità, possono invaderci fino al punto da mettere a soqquadro la nostra stessa esistenza. Non solo. I medesimi strumenti possono indurci a una vera e propria dipendenza e allontanarci dal contatto con la realtà, sia esterna, con gli altri, e sia col nostro io. Il mettere in comune, ovvero il comunicare avviene, infatti, attraverso tutto noi stessi: anima, corpo, mimica, pause, sudorazione e altro, non percettibili attraverso i social nei quali la relazione è una parvenza di apertura. Scrive Papa Francesco in “Fratelli tutti”: «I rapporti digitali, che dispensano dalla fatica di coltivare un’amicizia, una reciprocità stabile e anche un consenso che matura con il tempo, hanno un’apparenza di socievolezza. Non costruiscono veramente un “noi”, ma solitamente dissimulano e amplificano lo stesso individualismo» (n. 43). Spesso è la nostra pochezza interiore che ci spinge a essere prolissi e nella ridondanza di parole a dire nulla. Scrive il poeta Guido Ceronetti che « L’importanza di non aver niente da dire: questo fa inviare una illimitata quantità di messaggi » . Negli altri. I media digitali favoriscono spesso false relazioni e, attraverso l’anonimato o sottoforma di pseudo individuo, fomentano e facilitano aggressività verbali, fino al punto non solo di offendere, ma di demolire moralmente e, a volte, fisicamente l’interlocutore. Ci si può permettere di creare una falsa relazione e abbindolare l’altro, giocando sui sentimenti personali. Si perde ogni ritegno umano e ci si diverte, come dei “pupari”, con la vita e il rispetto che si deve ai propri simili. La comunicazione è un mezzo che ci avvolge con l’infinito. Essa ci permette di ascoltare la musicalità del creato, di vedere e sentire l’armonia che esiste nell’universo, di dialogare con ogni parte del cosmo, vivente e no, come faceva San Francesco d’Assisi. I media male usati, purtroppo, hanno tolto agli uomini le facoltà dell’ascolto e del parlare, del vivere quella dimensione tanto importante quanto stimolante del “pathos”, la capacità di emozionarsi e di fare commuovere. Ci hanno fatti diventare sordi. Ci hanno tolto la libertà di essere noi stessi e ci hanno abbindolato in una morsa nella quale i sentimenti non contano più, ma ciò che è importante è l’utilizzo dell’altro, come fosse una specie di creta da manipolare a piacimento, sia economico e sia morale, politico e culturale. Persino il comportamento è controllabile. Il cattivo uso della comunicazione può indurre all’assoggettamento dei popoli, soprattutto se questi sono sottosviluppati o in via di sviluppo, da inibirli nella loro capacità auto determinativa. Anche lo sfruttamento ideologico è un male. Ogni popolo ha uno “spazio” che nessun popolo o lobby di autorità comunicativa ha il diritto di usurpare. La terra, come la sapienza, appartengono all’uomo nella sua globalità e nessuno è autorizzato a impossessarsene. I canali mediatici, tramite gli operatori e chi si avvale di essi, hanno il compito d’informare gli uomini e i cittadini, ma anche di contribuire alla loro formazione. Per il raggiungimento di questa​ finalità è necessario che siano portatori di sane idee, di tranquillità, di speranza, di soluzioni idonee… Si rendano accompagnatori nel viaggio terreno di ogni uomo e non avvoltoi, pronti a lanciarsi sulla preda del più debole e di chi non ha la capacità culturale di difendersi. Non è inopportuno, allora, il richiamo a chi quotidianamente usa i media per la propria professione, perché in ogni parola che scrive sia presente la considerazione che si deve a ogni creatura, sapendo che è un essere da amare e da accompagnare nella sua conoscenza, al fine di raggiungere quella maturità che faccia pervenire alla responsabilità collettiva. Ai singoli fruitori dei mezzi di comunicazione: l’ammonimento sia di non disprezzare mai l’interlocutore. Egli è un terreno da coltivare con attenzione se si vuole che gli uomini producano frutti copiosi e succosi da avvantaggiarsene tutti. Le nazioni hanno il compito giuridico-costituzionale non solo di difendere i loro connazionali, salvaguardando e controllando la comunicazione, ma di promuovere il benessere di tutti nel rispetto dei generi, delle condizioni e dei bisogni propri di ognuno.

Erice lì, 13 dicembre 2020