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Tra le malefiche grinfie della Poesia

di Nino Barone

Mi sono più volte interrogato, nel corso di tutti questi anni sulla figura del poeta vivendo in prima persona e in modo sostanziale quella che viene definita “l’ispirazione poetica”, ossia questo impulso improvviso che trova la sua sorgente nelle profondità dell’anima, questa forza interiore in grado di materializzarsi con la creazione dell’opera. Poesia, infatti, deriva dal greco πoɩєîv (poiesis) che significa appunto “fare”, “produrre” “creare”, intesa come abilità di comporre versi secondo delle leggi metriche. Ma soffermiamoci sull’ispirazione poetica che, a parere di molti, avrebbe del soprannaturale. In altri termini è come se uno spirito divino guidasse il poeta a esprimere con gli scritti verità nascoste, sensazioni vissute, rivelazioni inquietanti. Il momento dell’ispirazione altro non è che un faccia a faccia tra il poeta e la sua anima da dove, lo dicevamo prima, tutto ha inizio. Ma è proprio possibile che in un lampo di tempo ristretto si possa comporre una poesia capace di emozionare e scuotere le coscienze?
Il percorso che porta al momento ispirativo è un susseguirsi di attimi, un travaglio interiore che esplode nel momento in cui si coglie l’immagine e si fissa sul foglio. Ecco l’atto creativo, che avrebbe lo stesso sapore di un parto. A tal proposito riporto quanto scrive Alfonsina Campisano Cancemi sulla rivista culturale “Il Convivio”: L’atto creativo dell’artista somiglia ad un vero e proprio parto, con tutta l’angoscia che lo precede e l’infinita gioia che lo segue. Ma non bisogna fermarsi lì – continua – bisogna limare quella immagine, sgrossarla, come fa lo scultore con la figura imprigionata nel marmo, togliere “il troppo, il vano”, renderla pura nella sua essenzialità e farne un piccolo inimitabile diamante. In poche parole: ricercare una forma che, insieme al contenuto, possa risaltare l’opera nel suo insieme e questo, a mio parere, vuol dire “creare”. Non basta incolonnare parole per arrogarsi il diritto di essere chiamati poeti – ci ricorda Ninni Magrì (esponente di spicco della cultura siciliana) in una sua relazione sull’arte poetica – perché l’arte della poesia come tutte le arti è una disciplina soggetta a regole precise. Regole che la poesia contemporanea non prevede in quanto è, appunto, libera da convenzioni metriche e canoni ben precisi e forse questo ha favorito, in modo esponenziale, i “non poeti”. Oggi, infatti, assistiamo a un numero sempre più crescente di persone che scrivono versi definendosi “poeti”. Tra le varie funzioni di una lingua quella “poetica” è, senza alcun dubbio, la più complessa in quanto il messaggio che si vuole inviare è costruito in modo tale che il lettore o l’ascoltatore ritorni sul messaggio stesso elaborato attraverso la scelta dei suoni, delle parole, nonché dall’impostazione del periodo poetico che deve rispondere a ritmo, assonanze e metafore, elementi vitali di una poesia.
Mi sembra verosimile, a tal riguardo, ciò che scrive Pietro Seddio sulla rivista “Il Convivio”: …se è vero che l’autore di versi è da considerare (etimologicamente) “poeta”, non è detto che lo stesso possa aspirare al riconoscimento ufficiale ed essere ricordato unitamente agli altri veri poeti.

A questo punto mi chiedo: chi è il vero poeta?
La mia storia personale ha visto muovere i primi passi poetici all’età di 10 anni e come me tanti altri hanno fatto la medesima esperienza. Nonostante le molteplici affermazioni in campo culturale, proprio su questa interrogazione ho concentrato parte della mia poetica (iu pueta? Minchiati! Palori!/Ncucchiu sulu palori di sivu/mascariànnu ddi fogghi nnuccenti). Mi sembra emblematico quanto riporta Norma Malacrida a tal proposito: Credo che il linguaggio poetico sia innato in ogni individuo e si manifesti sin dalla prima età. Non sempre è così. C’è chi si scopre poeta in età avanzata come nel caso di Giuseppe Sammartano di Paternò o di Laura La Sala di Marineo che, in pochissimo tempo, si sono conquistati uno spazio di tutto rispetto nel panorama culturale siciliano.
A proposito di baby-poeti, invece, mi sembra significante riportare un sonetto attribuito al trapanese Giuseppe Marco Calvino (1785-1833) che avrebbe composto all’età di nove anni:

Perfido infido ingannator fallace
mondo su cui sotto giace deluso
quell’uomo il qual giammai trovar può pace
nella sua falsità che ha sempre in uso

Perfido infido dentro sé va chiuso
di errori un globbo del piacer seguace
per te vien dal gran Dio l’amor escluso
per te estinta si è l’eterna face

Perfido infido tu da me che voi
forse ch’io teco meni i giorni miei
forse che ingannar mi puoi

Io non mi cingo di van trofei
o pur d’orrori che son pregi tuoi
nulla per me sei tu, nulla tu sei.

Si può a nove anni avere questa facilità di verso, questa perfezione metrica, questa concezione della vita, elementi che contraddistinguono essenzialmente poeti di età più avanzata? La cosa mi lascia un po’ perplesso ma se così fosse siamo davanti a dei fuoriclasse della letteratura, dei veri e propri geni della poesia.
Un altro esempio di poesia giovanile pregna di contenuto, composta in lingua siciliana nel 1954 da Vito Lumia (mazarese trapiantato a Trapani) appena quattordicenne è “O libru o pani”, che riporto integralmente:

Murvusu, gnurantuni, sbasulatu;
occhi fissi su questa finestra
con un giro nel cuore e uno sguardo amorevole
su ogni libro e ogni copertina …

Tesoro, Martoggio, Tempio, li metto da parte,
vengo a trovarli quasi tutte le mattine
e ogni volta li lascio respirare
perché hanno bisogno di una borsa piena …

Penso, ripenso, conto e conto:
non lo saluto, nemmeno ai cani! …
Poi dico: “Vita mia, non farlo!

La prossima libbra? Miih … in tre settimane!
O roccia o vento! L’amore ti affronta,
e questa è la realtà: il libro o il pane! “

Anche in questo caso, considerando l’età dell’autore, ci troviamo davanti un’opera di rilevante spessore tecnico-artistico. La cosa che colpisce non sono soltanto i contenuti ma soprattutto la struttura dalla quale si intuisce un’afferrata conoscenza della metrica in tutte le sue sfumature.

C’è poi il percorso opposto quello che hanno fatto tanti poeti o presunti tali e cioè di scrivere in modo elementare, se vogliamo anche banale, concetti e pensieri malgrado la loro consolidata maturità anagrafica. Potrei riportare tantissimi esempi ma con la convinzione che, chiunque scriva e metta nero su bianco emozioni e sentimenti è senz’altro meritevole di rispetto al di là del risultato ottenuto.
È la poesia che, invece, richiede requisiti affinché possa considerarsi un’opera letteraria di valore; la poesia deve emozionare, trasportare e quando questo non accade non c’è poesia, non c’è Arte poetica. A tal proposito riporto uno stralcio di un articolo apparso sulla rivista culturale “Il Bandolo” a firma di Salvatore Di Marco, esponente di spicco della cultura siciliana dal titolo “La Poesia: un cibo per pochi eletti”: soltanto la vera e buona poesia è salutare; le sue contraffazioni, le malformazioni genetiche e quelle procurate all’atto poetico dall’imperizia dell’autore, dalla sua vena arida e sterile, la banalità (quando non la grossolanità) ispirativa, praticate così diffusamente e con procedure anche vistose specialmente nei luoghi dove si vuol celebrare la poesia, sono molto dannose. Continua Di Marco – E lo si sappia e lo si rammenti sempre: la poesia autentica è rara, spesso messa in ombra dai trucchi dei falsi poeti vocati alla vanagloria. Può essere di tal qualità la Poesia di cui ci sarebbe tanto bisogno nel mondo? Evidentemente no.
Ma quali sono questi trucchi, ai quali fa riferimento Di Marco, praticati dai falsi poeti e che sarebbero tanto dannosi alla poesia quella vera, magica e al mondo della cultura in genere?
Forse si riferisce ai trucchi “dell’incanto”, fenomeno diffuso che ha il solo obiettivo, appunto, di “incantare” la giuria di turno con delle opere costruite a tavolino o scopiazzate a destra e a manca o addirittura “rubate” ad altri autori e presentate integralmente ai concorsi al solo scopo di autocelebrarsi. L’autocelebrazione sminuisce la poesia, la declassa, la soffoca, la deprime, la priva del suo spazio e la regala – come ci ricorda Norma Malacrida – negli angusti e deprimenti limiti di concorsi letterari che hanno un solo merito: divenire le uniche finestre per poeti in cerca di incoraggiante gratificazione o respiro di notorietà.
Desideravo aprire una breve parentesi a proposito di concorsi letterari che proliferano in modo esagerato un po’ dappertutto dove associazioni (a volte anche inesistenti), organizzano competizioni letterarie senza le dovute competenze e così di oltre 15.000 concorsi banditi in Italia soltanto il 15%, secondo le statistiche riportate in riviste specializzate, è da considerarsi “serio”, inteso non solo come capacità organizzativa ma soprattutto come spessore letterario e di competenza nella scelta e nella valutazione di opere che devono distinguersi nei contenuti e nello stile. A favorire questo processo, cosa che ho sperimentato di persona essendo anch’io un organizzatore di concorsi, è la “domanda”, direi esasperata, dei poeti in cerca di “gloria”; autori che partecipano anche a 40/50 concorsi in un anno (quasi tutti a pagamento e le quote di partecipazione variano dai 5 ai 30 euro) riuscendo a vincere, i più bravi e i più furbi, 30/40 premi in targhe, coppe e diplomi (sono sempre più rari i premi in denaro) spendendo in media la modica cifra di 250/300 euro. Sembrerebbe incredibile ma è un dato di fatto.
Questo fenomeno è dovuto anche dalla convinzione radicata e diffusa di misurare la bravura del poeta con i premi conseguiti, cosa che danneggia ulteriormente la poesia che vive, invece, di silenzi, di meditazione, di attimi e parole.
Il risultato è tragico perché i poeti più premiati diventano così i più famosi e non sempre il poeta più famoso è un “vero poeta”.